Stato: Aperta

  • Ferrata Tridentina al Pisciadù

    Ferrata Tridentina al Pisciadù

    Vie Ferrate › Trentino-Alto Adige › Bolzano
    Ferrata Tridentina al Pisciadù

    La Ferrata Tridentina al Pisciadù è una delle vie attrezzate più amate delle Dolomiti: sale il versante nord del Gruppo Sella, in provincia di Bolzano, e conduce alla Cima Pisciadù con difficoltà tecniche contenute ma un dislivello tutt’altro che banale. L’avvicinamento brevissimo, il celebre ponte sospeso sulla Torre Exner e il finale al Rifugio Cavazza ne fanno un itinerario classico, percorribile da chi ha già una minima esperienza di ferrate ed è in buona forma fisica.

    ▲Avvicinamento

    Il punto di partenza si trova lungo la strada che dal Passo Gardena scende verso Colfosco, sul versante della Val Badia: in corrispondenza del sesto tornante, sulla destra, un ampio parcheggio presso una cava segna l’inizio dell’itinerario (apri il punto di partenza su Google Maps). Dal parcheggio si guardano a sud le pareti del Gruppo Sella; si ignorano i segnavia 650 che collegano il Passo Gardena con Colfosco e si seguono le indicazioni che, verso sinistra in direzione est, portano su un sentiero in falsopiano fino alle prime attrezzature metalliche, raggiunte in circa 15 minuti.

    ▲Il percorso

    La prima sezione attrezzata apre con un traverso ben appigliato verso sinistra, seguito da una serie di staffe che fanno guadagnare una parete appoggiata. Si prosegue ancora a sinistra lungo un traverso esposto ma solido, quindi si affrontano alcuni metri di parete verticale e un diedro umido attrezzato in alto con staffe metalliche. All’uscita si incrocia il sentiero che scende a mezzacosta dal Passo Gardena, utile come via di fuga in caso di maltempo. Da qui un sentiero in direzione est, con sali-scendi e un caratteristico passaggio in una fenditura, conduce alle attrezzature poste poco sopra la targa che segna l’attacco vero e proprio della Tridentina (2070 m, circa 40 minuti dal parcheggio).

    Si sale ora in diagonale sotto un’imponente parete, sempre ben appigliata e mai troppo esposta. Dopo i primi infissi metallici la progressione si fa più verticale su roccia ben gradonata, con staffe e infissi dove la parete è più liscia. Una successione di belle pareti verticali porta progressivamente in quota fino ai passaggi che si avvicinano alla cascata del Rio Pisciadù; si aggira uno spigolo con un passaggio aereo, poi si percorrono roccette più comode e un traverso su pioli, esposto ma ben attrezzato, fino a una via di fuga. Chi prosegue affronta il tratto più impegnativo, quello che risale la Torre Exner: una parete verticale poco appigliata, una serie di staffe e un diedro appoggiato con il cavo a destra e le staffe a sinistra (arrampicabile cercando gli appigli, poco evidenti, sul lato destro). Si esce a destra con un facile traverso, si sale una scala metallica e, dopo aver aggirato uno spallone roccioso, si raggiunge l’iconico ponte sospeso tra la Torre Exner e l’ultimo tratto: stabile ma sospeso su un abisso di alcune centinaia di metri. Superata la passerella, un’ultima parete verticale immette sul sentiero che porta al Rifugio Cavazza al Pisciadù (2587 m), dove la ferrata termina dopo circa 3 ore complessive.

    ▲Carattere e difficoltà

    Classificata Moderatamente Difficile (MD), la Tridentina deve la sua popolarità proprio alle difficoltà tecniche medio-basse unite a un avvicinamento corto. Sul piano della complessità pesano soprattutto l’impegno fisico e l’esposizione (entrambi 3/5), mentre la componente tecnica resta più contenuta (2/5). L’equipaggiamento da ferrata è obbligatorio: imbracatura, kit da via ferrata omologato e casco.

    ⚠ Difficoltà contenute e avvicinamento breve rendono la via molto frequentata: a luglio e agosto è concreto il rischio di code e ingorghi sui passaggi attrezzati. Conviene partire molto presto. Il dislivello (400 m di ferrata, 626 m complessivi) non va sottovalutato, così come la quota oltre i 2500 m. In caso di temporale in arrivo si può ripiegare sulle vie di fuga che intercettano il sentiero dal Passo Gardena.
    ▲Periodo e sicurezza

    L’itinerario è estivo e va affrontato con meteo stabile, partendo nelle prime ore del mattino per evitare i temporali pomeridiani e l’affollamento. Verificare sempre il bollettino e le condizioni del sentiero, in particolare nei tratti di discesa che possono risentire di frane o residui di neve a inizio stagione. Un piccolo cenno di storia: la Ferrata Tridentina nacque il 10 luglio 1960 su intuizione della guida alpina Germano Kostner che, con l’aiuto degli Alpini della Tridentina (a cui è dedicata), attrezzò la Torre Exner per dare accesso diretto al Rifugio Pisciadù; il secondo tratto, con l’ardito ponte sospeso, fu aggiunto sette anni più tardi. Ogni 31 luglio le Guide Alpine della Val Badia illuminano di sera il tracciato, visibile dal centro di Corvara.

    ▲Discesa

    Dopo una sosta al Lago Pisciadù, il rientro segue l’Alta Via 2 lungo il sentiero CAI 66 in Val de Setus. La discesa è ripida e si svolge in un vallone detritico con alcuni tratti attrezzati, dove serve attenzione. Si scende fino a un bivio (a sinistra si risalirebbe al Passo Gardena) e si prosegue verso il basso seguendo il sentiero fino al parcheggio di partenza, in circa 1 ora e 15 minuti dal termine della ferrata (4 ore e 30 minuti complessivi).

    ▲Da abbinare

    Il Gruppo Sella offre molte altre vie attrezzate nei dintorni. Scendendo verso la Val Badia si possono percorrere la Ferrata del Vallon e la Ferrata Piz da Lech; verso la Val di Fassa, al Passo Sella, la Ferrata delle Mesules e, al Passo Pordoi, la Ferrata Piazzetta. Restando al Passo Gardena si trovano le due ferrate del Gruppo Cir, la Ferrata al Piccolo Cir e la Ferrata Gran Cir, entrambe medio-facili.

    ▲Galleria
    Dati tecnici
    • Avvicinamento0:30 h
    • Durata ferrata2:45 h
    • Itinerario totale4:30 h
    • Dislivello ferrata400 m
    • Dislivello itinerario626 m
    • Altitudine massima2586 m
    • Lunghezza7,5 Km
    • Anno apertura1960
  • Ferrata Gianni Aglio alla Tofana di Mezzo

    Ferrata Gianni Aglio alla Tofana di Mezzo

    Vie Ferrate › Veneto › Belluno
    Ferrata Gianni Aglio alla Tofana di Mezzo

    La Ferrata Gianni Aglio alla Tofana di Mezzo percorre il crinale che collega il Dos de Tofana alla vetta della Tofana di Mezzo (3244 m), nel cuore delle Dolomiti Ampezzane (provincia di Belluno). È una via difficile e molto lunga, in ambiente d’alta montagna, con passaggi tecnicamente di media difficoltà ma esposizione costante e panorami tra i più spettacolari delle Dolomiti. Itinerario impegnativo per dislivello e durata: da affrontare solo con tempo stabile e buona preparazione.

    ▲Avvicinamento

    Il punto di partenza di riferimento è il Rifugio Dibona (2083 m), raggiungibile per strada asfaltata che si stacca dalla via Cortina–Passo Falzarego (evitare il bivio per il Rifugio Duca d’Aosta; apri il punto di partenza su Google Maps). La ferrata vera e propria parte dal Dos de Tofana (2850 m), che dal Dibona si raggiunge con tre opzioni: 1) al Rifugio Pomedes (2303 m, 45′) per il sentiero 421, poi la Ferrata Olivieri a Punta Anna fino al Dos de Tofana (2h 45′ dal Dibona); 2) al Pomedes (421), poi il Sentiero Attrezzato Olivieri verso il Rifugio Ra Vales e su per il vallone detritico che scende dal Dos de Tofana (circa 3h 30′ dal Dibona); 3) dal Dibona verso ovest sul sentiero 403 nel vallone tra Tofana di Mezzo e Tofana di Rozes, in direzione del Rifugio Giussani; poco prima del rifugio una traccia a destra sale ripida ed esposta, in parte attrezzata, verso Punta Anna, dove si segue l’ultimo tratto della Ferrata Olivieri fino al Dos de Tofana (2h 45′ dal Dibona). In alternativa si può accorciare salendo in funivia da Cortina verso Ra Vales.

    ▲Il percorso

    Dal Dos de Tofana l’itinerario inizia senza targa né attrezzature: si sale verso destra una serie di tornanti fino al filo di cresta, con di fronte l’imponente parete sud della Tofana di Rozes. Sulla cresta i primi passaggi sono semplici, su rampa ben gradonata a zigzag, fino a un’ampia e panoramica cengia con precipizi su entrambi i lati. Si prosegue sul crinale, a tratti attrezzato ma facile, fino a un improvviso balzo dove la prima scala metallica aiuta a rimontarlo. Si percorre un secondo tratto di crinale detritico fino a un altro balzo roccioso, che si sale sul lato sinistro con passaggi verticali; alcune staffe agevolano il singolo passaggio più difficile (leggermente strapiombante). Attraverso un intaglio si torna su un tratto pianeggiante di cresta che si sposta sul versante occidentale; una cengia conduce verso un’evidente forcella, con di fronte la sagoma della Torre Aglio. La forcella (2920 m, 30′ dal Dos de Tofana) è attrezzata con uno spezzone di corda per l’attraversamento.

    Segue una sezione verticale: un diedro di quasi dieci metri (cavo a sinistra, alcune staffe), poi una piccola sella e una parete di una quindicina di metri dove il cavo sale in diagonale a destra, alternando buoni appoggi a singoli passaggi in cui occorre trazionare sul cavo. Una breve cengia e un facile traverso a destra portano a uno spigolo, che si aggira scendendo leggermente sotto la Torre Aglio. Da qui parte la salita alla Torre Aglio, probabilmente il passaggio più impegnativo dell’intera via: circa 30 metri su roccia povera di appigli, aerea, con passaggi difficili sia in salita sia in discesa (20′ andata e ritorno); l’itinerario principale prosegue invece dal bivio. Seguendo la scritta “Tofana” sulla roccia si scende un paio di metri aggirando lo spigolo con l’aiuto di alcuni pioli, e ci si trova davanti a un traverso orizzontale estremamente esposto e leggermente strapiombante: prosegue alcuni metri a destra sfruttando una rientranza per i piedi ed è bene non temporeggiare per non affaticare le braccia. Si esce su una cengia e si prosegue verso un intaglio tra la parete e un torrione.

    Un nuovo tratto di cresta, con un tratto in discesa di sentiero e roccette, porta a un’insellatura sopra il Bus de Tofana (2900 m, 1h 45′ dal Dos de Tofana), dove sulla sella una via di fuga a destra consente (dopo un tratto attrezzato) il rientro per il ghiaione fino al Rifugio Ra Vales. Seguendo la scritta “Cima” si perde un po’ di quota su un lungo tratto quasi orizzontale di cenge e brevi salti; si aggira uno spigolo (freccia) salendo una placca attrezzata con staffe, poi una lunga placca inclinata fino a un camino molto impegnativo, reso più abbordabile da numerose staffe: si sale sul lato sinistro e si esce a destra su un esposto traverso orizzontale con staffe; il cavo riprende poi bruscamente in verticale, aereo ed esposto ma non difficile, grazie a molte staffe. Una cengia a destra porta verso il più piccolo Bus de Tofana; sul versante orientale due scale e un tratto verticale molto esposto, con parete levigata e staffe, conducono alla cresta soprastante. Si percorre l’ampio crinale, una cengia e, oltre alcune reti paravalanghe, una placca appoggiata seguendo le funi verso destra; due scalette metalliche fanno guadagnare ancora quota fino al crinale finale. Tenendo il versante destro si risalgono un paio di balzi e l’ultima scaletta; gli ultimi metri, privi di attrezzature, portano alla croce di vetta della Tofana di Mezzo (3244 m, 3 ore dal Dos de Tofana).

    ▲Carattere e difficoltà

    Classificata Difficile (D): tecnicamente è piuttosto “assistita” (molte scale e staffe), tanto che la vicina Ferrata Olivieri risulta più impegnativa sul piano tecnico (difficoltà tecniche 2/5). La Aglio mantiene però un grado elevato per l’ambiente d’alta montagna, il dislivello, la lunghezza e l’esposizione costante: complessità ambientale, esposizione e impegno fisico sono tutti 4/5. Obbligatori imbracatura, kit da ferrata e casco.

    ⚠ Itinerario lungo e d’alta quota (vetta a 3244 m): da percorrere solo con meteo stabile, partendo molto presto. L’esposizione è continua e il traverso strapiombante prima del Bus de Tofana è intenso: gestire le energie e non sostare inutilmente sui passaggi aerei. La via è molto frequentata in alta stagione, con rischio di code nelle tarde ore della mattina. Verificare sempre l’apertura degli impianti di risalita usati per avvicinamento e rientro: se la funivia dalla vetta non è in servizio, occorre programmare il rientro dal Bus de Tofana o verso la Tofana di Dentro, allungando notevolmente l’itinerario.
    ▲Periodo e sicurezza

    Via estiva d’alta montagna, da affrontare in piena stagione con tempo stabile e assenza di neve sui passaggi. Data la lunghezza (8h 30′ o più complessivi) è indispensabile una buona preparazione fisica, scorta d’acqua e abbigliamento adeguato alle rapide variazioni meteo in quota. Pianificare con attenzione gli orari degli impianti per non restare bloccati a fine giornata.

    ▲Discesa

    Dalla vetta si scende in direzione nord verso la stazione a monte della funivia, fino a un bivio. 1) Tenendo la destra si raggiunge il Rifugio Cima Tofana (3190 m, 10′ dalla vetta) e si prende la funivia in discesa: lasciata l’auto al Dibona, si scende alla stazione intermedia di Ra Vales (2470 m), si risale brevemente il pendio detritico fino a un bivio e, a sinistra, si percorre in discesa il Sentiero Attrezzato Olivieri verso il Rifugio Pomedes e quindi il Dibona (circa 8h 45’–9h 30′ complessivi a seconda dell’avvicinamento). 2) Dal bivio si scende invece verso la Tofana di Dentro lungo il crinale che porta alla Forcella di Tofana (3085 m, 40′ dalla vetta) — primo tratto, attrezzato, della Ferrata del Formenton; quindi a sinistra su un sentiero esposto a mezzacosta sulla parete occidentale fino alla Forcella del Vallon, da cui si scende per ripido ghiaione al Rifugio Giussani (1h 30′ dalla vetta) e infine, sull’ampio sentiero, al Rifugio Dibona (1h dal Giussani, 2h 30′ dalla vetta).

    ▲Da abbinare

    La Tofana di Mezzo permette molti concatenamenti. L’itinerario classico unisce la Ferrata Olivieri, la Ferrata Aglio e il Sentiero Attrezzato Olivieri; salendo direttamente la Aglio si può abbinare la Ferrata del Formenton alla Tofana di Dentro. In più giorni: le ferrate alla Tofana di Rozes (Lipella e Scala del Menighel) e il facile Sentiero Astaldi tra Pomedes e Dibona. Verso il Passo Falzarego, la Ferrata Tomaselli, la Ferrata al Col dei Bos e la Ferrata Averau.

    ▲Galleria
    Dati tecnici
    • Avvicinamento2:45 h
    • Durata ferrata3:00 h
    • Itinerario totale8:30 h
    • Dislivello ferrata594 m
    • Dislivello itinerario944 m
    • Altitudine massima3244 m
    • Lunghezza3,2 Km
  • Ferrata Averau

    Ferrata Averau

    Vie Ferrate › Veneto › Belluno
    Ferrata Averau

    La Ferrata Averau sale la cima più alta del Gruppo del Nuvolau, nelle Dolomiti Ampezzane (provincia di Belluno). È un percorso attrezzato molto breve, di grado moderatamente difficile, con passaggi nel complesso facili a eccezione di un punto chiave dove la roccia è levigata e priva di appigli. Si raggiunge in pochi minuti dal Rifugio Averau e si abbina con naturalezza alla vicina Ferrata Ra Gusela, regalando dalla vetta un panorama eccezionale su Tofane e Cinque Torri.

    ▲Avvicinamento

    La via si può affrontare dal versante sud (Passo Giau) o nord (Passo Falzarego); in entrambi i casi si deve raggiungere il Rifugio Averau (2413 m). L’opzione più rapida parte dal Passo Giau: scendendo verso Selva di Cadore per circa 3 km (5 minuti d’auto), presso un tornante, si trovano il parcheggio del Rifugio Fedare e gli impianti di risalita che portano direttamente al Rifugio Averau (apri il punto di partenza su Google Maps). Dal Passo Falzarego, invece, si parcheggia al passo (2105 m) e si seguono i sentieri 441 e poi 419 fino alla Forcella Averau (2435 m, 1h 30′); aggirando il monte si raggiunge comodamente il rifugio (15′ dalla forcella, 1h 45′ dal Falzarego). Dal Rifugio Averau un comodo sentiero verso nord-nordest porta all’attacco della ferrata in circa 15 minuti.

    ▲Il percorso

    Dall’attacco si vede l’intera prima sezione. Si inizia con un traverso di una decina di metri in diagonale verso sinistra, reso facile dai buoni appigli; seguono alcuni metri verticali su una parete levigata e povera di appigli, che costituiscono il passaggio chiave della via. Si raggiunge un bivio: a sinistra si entra in uno stretto camino dove alcune staffe agevolano la salita, a destra si supera un passaggio di circa 6 metri su placca verticale ma non difficile. Si prosegue su una cengia fino al secondo tratto verticale, un canalino attrezzato: dopo un primo balzo le difficoltà restano modeste, cercando gli abbondanti appoggi per i piedi. Uscendo dal canalino terminano le attrezzature (15′ dall’attacco). Restano da aggirare le pareti sommitali per la croce di vetta: si sale seguendo alcuni ometti, tenendo il versante destro per evitare alcune roccette, fino alla cima dell’Averau (2649 m, 15′ dal termine delle attrezzature, 45′ dal rifugio), con vista magnifica sulle Tofane e sulle Cinque Torri.

    ▲Carattere e difficoltà

    Classificata Moderatamente Difficile (MD) soprattutto per via della brevità, ha tutti i parametri di complessità attorno al 2/5. È spesso ritenuta facile, ma il punto chiave senza appigli richiede una certa trazione e l’intera via va percorsa anche in discesa. La roccia, molto frequentata, è in alcuni tratti liscia e unta. Obbligatori imbracatura, kit da ferrata e casco.

    ⚠ Aggiornamento importante: la ferrata è stata sdoppiata e segnalata con frecce rosse — un percorso per la salita (a sinistra guardando la parete) e uno parallelo, a pochi metri, per la discesa (a destra). Questo riduce gli ingorghi, ormai molto frequenti vista la brevità dell’avvicinamento, ma la discesa resta più impegnativa della salita, con un paio di punti in cui gli appoggi per i piedi sono scarsi e poco visibili. Attenzione alle scariche di sassi e a non smuovere pietre su chi sta sotto. Non adatta a principianti del tutto inesperti se non accompagnati.
    ▲Periodo e sicurezza

    Itinerario d’alta quota, da percorrere in estate e inizio autunno con meteo stabile. Per evitare il forte affollamento conviene partire nelle ore meno frequentate o nei periodi di bassa stagione. Verificare l’apertura degli impianti se si sale dal Passo Giau e il bollettino meteo prima della partenza.

    ▲Discesa

    Dalla croce di vetta si scende a ritroso lungo l’itinerario di salita (ora sulla corsia dedicata alla discesa). Tornati all’attacco, a seconda del punto di partenza si valuta se rientrare al Rifugio Averau per prendere la seggiovia verso il Passo Giau, oppure proseguire verso il Rifugio Scoiattoli e quindi il sentiero 440 in direzione del Passo Falzarego.

    ▲Da abbinare

    L’abbinamento classico è con la Ferrata Ra Gusela al Nuvolau, in un bell’anello attorno alle Cinque Torri. La zona del Passo Falzarego è ricchissima: il Sentiero Kaiserjager al Lagazuoi, la Ferrata Brigata Alpina al Col dei Bos e le ferrate delle Tofane (Aglio, Olivieri, Lipella, Astaldi). Verso sud, al Civetta, la Ferrata degli Alleghesi, la Ferrata Tissi e la Ferrata Costantini alla Moiazza.

    ▲Galleria
    Dati tecnici
    • Avvicinamento0:15 h
    • Durata ferrata0:15 h
    • Itinerario totale2:30 h
    • Dislivello ferrata60 m
    • Dislivello itinerario234 m
    • Altitudine massima2647 m
    • Lunghezza3,8 Km
  • Ferrata Antonio Berti allo Schiara

    Ferrata Antonio Berti allo Schiara

    Vie Ferrate › Veneto › Belluno
    Ferrata Antonio Berti allo Schiara

    La Ferrata Antonio Berti allo Schiara è una via attrezzata d’alta quota che, in prosecuzione della Ferrata Zacchi (o Sperti), porta in vetta al Monte Schiara (2565 m) dal versante occidentale, nel cuore delle Dolomiti Bellunesi (provincia di Belluno). La ferrata in sé è breve, ma si inserisce in un lungo e impegnativo itinerario ad anello che comprende almeno un’altra ferrata in salita e la Ferrata Piero Rossi in discesa: un percorso da affrontare solo se ben allenati, con buona esperienza e, idealmente, spezzandolo in due giorni.

    ⚠ Itinerario lungo, alpinistico e impegnativo. Lo sviluppo complessivo è di circa 20 km e 1865 m di dislivello, con un impegno fisico massimo (5/5) ed esposizione molto elevata (4/5). La Berti vera e propria dura circa un’ora, ma vi si arriva già con molto dislivello sulle gambe. Numerosi tratti non protetti ed esposti si trovano sia oltre la fine della Zacchi sia lungo tutta la cresta est in discesa. La nebbia è frequente e rende difficile individuare la traccia verso Forcella Marmol. Sono state segnalate alcune attrezzature un po’ usurate (qualche chiodo saltato, corde lente), non pericolose ma da tenere presente. Affrontare solo con tempo stabile, buona programmazione e adeguata esperienza alpinistica.
    ▲Avvicinamento

    Il punto di partenza è Case Bortot (695 m), in provincia di Belluno: da Belluno si segue la regionale del Col di Lana, a una rotonda si tiene la destra per Bolzano Bellunese e il Parco delle Dolomiti Bellunesi; oltrepassati Bolzano Bellunese e Gioz si seguono le indicazioni per il Rifugio Case Bortot, fino al parcheggio dove la strada termina (apri il punto di partenza su Google Maps). Dal parcheggio si segue il sentiero CAI 501 verso il Rifugio VII Alpini: dopo un tratto piacevole nel bosco si scende al Ponte del Mariano (30′), si ignora a destra il CAI 507 e si sale decisi lungo il torrente Ardo, spesso al sole e faticosamente, fino alla radura del Rifugio VII Alpini (1502 m, 2h 45′ dal parcheggio). Dal rifugio l’attacco della Berti si raggiunge salendo la Ferrata Zacchi (2h 45′, più diretta ed esposta) o la Ferrata Sperti (3h 45′). Seguendo la Zacchi, al bivio con la Piero Rossi si tiene la sinistra e si conclude la salita al Bivacco Ugo Dalla Bernardina (2320 m, 2h dall’attacco, 5h 30′ complessive).

    ▲Il percorso

    Poco prima del Bivacco Dalla Bernardina si segue una traccia verso destra, su sassi, fino all’attacco della Ferrata Berti. Si sale subito una prima scaletta metallica seguita da una cengia che porta a un canalino gradonato, da risalire prima sul lato destro poi spostandosi a sinistra; una scaletta in leggero strapiombo costituisce il passo chiave (il cambio dei moschettoni va fatto in posizione scomoda). Rimontato il canalino si entra in un camino stretto verso sinistra, molto bello e arrampicabile; usciti, un breve sentiero di collegamento tra guglie rocciose porta, verso sinistra, sotto una parete appoggiata di una ventina di metri con buoni appigli. Si raggiunge quindi un tratto aereo di cresta con alcuni passaggi emozionanti e impegnativi: si sale una scaletta, poi una serie di staffe e si aggira uno spigolo in forte esposizione. Seguendo la cresta attrezzata e poi gli ometti, oltre il termine delle attrezzature, si arriva in vetta allo Schiara (2565 m, 1 ora dall’attacco, 6h 30′ complessive). La croce di vetta, segata da vandali alcuni anni fa, è stata sostituita da un cartello con il libro delle firme, unico per tutte le ferrate dello Schiara.

    ▲Carattere e difficoltà

    Classificata Difficile (D): la ferrata presenta due o tre passaggi impegnativi (la scaletta strapiombante e lo spigolo esposto) intervallati da tratti più facili, con difficoltà tecniche e ambientali sul 3/5. La classificazione difficile deriva soprattutto dall’inserimento in un itinerario molto lungo e faticoso, con esposizione elevata e ambiente isolato. Obbligatori imbracatura, kit da ferrata e casco; consigliata esperienza alpinistica.

    ▲Periodo e sicurezza

    Via estiva d’alta quota, da percorrere con tempo stabile e buona visibilità. Vista la lunghezza (fino a 12 ore complessive) conviene spezzare l’itinerario dormendo al Rifugio VII Alpini o in uno dei bivacchi sempre aperti in quota (Dalla Bernardina, Bocco Zago). Un cenno di storia: la ferrata fu inaugurata nel 1959 come prosecuzione della Zacchi ed è dedicata ad Antonio Berti, accademico del CAI, alpino nella Grande Guerra e autore della classica guida “Dolomiti Orientali”.

    ▲Discesa

    Dalla vetta si scende lungo la cresta verso le anticime est: prima sezione esposta, emozionante e solo in parte attrezzata, dove serve molta attenzione — soprattutto con la nebbia — per individuare la traccia verso la Forcella Marmol. Scendendo si nota il Bivacco Bocco Zago presso la forcella; a un bivio con palina si tiene la destra verso sud fino al bivacco e da qui si scende al Rifugio VII Alpini percorrendo la Ferrata Piero Rossi (che condivide un primo tratto con la Zacchi fino a un bivio). Dal Rifugio VII Alpini (3h 30′ dalla vetta) si rientra a Case Bortot per il sentiero dell’andata (2h dal rifugio, 12 ore complessive). In alternativa, dalla Forcella Marmol si può salire al Pelf con il Sentiero Attrezzato Guardiano per un lungo anello.

    ▲Da abbinare

    La Berti è parte del classico anello dello Schiara con una ferrata in salita (Ferrata Zacchi o Ferrata Sperti) e la Ferrata Piero Rossi in discesa; un’alternativa è il Sentiero Attrezzato Guardiano al Pelf. Nella zona di Belluno, con avvicinamenti più brevi: la Ferrata Parete dei Falchi, la Ferrata della Val Gallina e l’esposta Ferrata del Vajont.

    ▲Galleria
    Dati tecnici
    • Avvicinamento5:30 h
    • Durata ferrata1:00 h
    • Itinerario totale12:00 h
    • Dislivello ferrata245 m
    • Dislivello itinerario1865 m
    • Altitudine massima2565 m
    • Lunghezza20 Km
    • Anno apertura1959
  • Ferrata dell’Amicizia a Cima Sat

    Ferrata dell'Amicizia a Cima Sat

    Vie Ferrate › Trentino-Alto Adige › Trento
    Ferrata dell'Amicizia a Cima Sat

    La Ferrata dell’Amicizia a Cima Sat è un itinerario lungo e faticoso che risale dalle sponde del Lago di Garda, sopra Riva del Garda (provincia di Trento), fino all’evidente vetta di Cima Sat. Di grado moderatamente difficile, è celebre per la serie di lunghe scale metalliche che superano i tratti più verticali e strapiombanti delle pareti della Rocchetta. Via molto aerea ed esposta, con dislivello importante: richiede buona preparazione fisica.

    ▲Avvicinamento

    Il punto di partenza è Riva del Garda. Ci si porta sulla strada gardesana occidentale che da Riva conduce a Limone: nei pressi del parcheggio a pagamento Monte Oro un cartello CAI indica il sentiero in salita; si cerca posto in zona e ci si dirige a piedi verso la palina CAI (apri il punto di partenza su Google Maps). La palina indica il sentiero CAI 404 in salita; dopo alcuni tornanti si incrocia un altro sentiero e si tiene la sinistra verso una piccola fortezza veneziana. Poco prima della fortezza, sulla destra, riparte il CAI 404 che porta a una forestale, da imboccare verso sinistra; si prosegue fino a un bivio dove a destra si sale a Capanna Santa Barbara (560 m). Da qui, verso sud, si segue il sentiero fino a una deviazione sulla sinistra per il CAI 404B, che conduce in breve all’attacco della ferrata (1 ora e 15 minuti dal parcheggio).

    ▲Il percorso

    Sotto la targa d’inizio, l’attrezzatura metallica conduce in diagonale verso sinistra e poi su facile parete gradonata fino a un sentierino sassoso da cui è già visibile Cima Sat. Si superano alcuni balzi rocciosi e una parete appoggiata verso sinistra; le attrezzature si interrompono più volte alternandosi a tratti di sentiero e a roccette ben gradonate. Dopo un terrazzino la salita prosegue a zig-zag, con brevi cenge e passaggi verticali assistiti da staffe, fino a uno dei tratti più caratteristici: una lunga scala metallica di oltre 40 metri che supera una parete leggermente strapiombante; in cima si percorrono due metri in orizzontale su una barra metallica e si sale una seconda scala. Si raggiunge un pianoro sassoso panoramico, davanti al quale si vedono i tratti successivi con altre lunghe scale.

    Dopo un breve tratto di gradoni si arriva a una placchetta verticale che sale a sinistra con alcune staffe; sul lato sinistro inizia la terza scala, che risale un diedro. Si traversa a destra e si riprende la salita verticale su roccia ben appigliata; un facile traverso a destra precede un balzo di 3 metri con staffe. Si giunge quindi alla quarta lunga scala (70 metri), che risale una liscia parete: non difficile ma decisamente esposta. Da un terrazzino panoramico si prende a sinistra una stretta cengia fino a un facile camino, agile nella prima parte e più impegnativo in alto, dove si procede in diagonale verso sinistra con l’aiuto di alcune staffe. Si aggira un masso su una cengia, si affronta un breve tratto di discesa esposta ma non difficile e, dopo un’altra cengia attrezzata, un paio di scale e un ultimo balzo roccioso, si raggiunge la caratteristica bandiera di vetta di Cima Sat (1260 m), in 1 ora e 45 minuti dall’attacco (circa 3 ore complessive).

    ▲Carattere e difficoltà

    Classificata Moderatamente Difficile (MD): tecnicamente non presenta tratti duri (l’unico passaggio di media difficoltà è l’ultimo camino prima della vetta), ma l’esposizione è elevata (4/5) e l’impegno fisico notevole (3/5) per il forte dislivello e il lungo rientro. Obbligatori imbracatura, kit da ferrata e casco.

    ⚠ Itinerario lungo e molto aereo: la successione di scale, alcune oltre i 40-70 metri, è spettacolare ma richiede testa salda e assenza di vertigini. È stato segnalato che le scale possono risultare abbastanza mobili e dare un’impressione di scarsa stabilità, pur senza essere pericolose: procedere con attenzione. Il dislivello (610 m di ferrata, 1150 m complessivi) e i tempi lunghi impongono buona preparazione fisica e partenza presto. In piena estate il caldo può diventare torrido: meglio le mezze stagioni.
    ▲Periodo e sicurezza

    Grazie alla quota bassa è percorribile in quasi tutte le stagioni, ma se ne sconsiglia la frequentazione nelle giornate più calde d’estate. Un cenno di storia: la via fu costruita su iniziativa del Gruppo Rocciatori di Riva del Garda (G.R.A.M.) e inaugurata nel 1972 per il centenario della fondazione della SAT (Società Alpinisti Tridentini); è una delle ferrate più frequentate dell’arco alpino. Portare acqua in abbondanza e verificare il meteo prima di partire.

    ▲Discesa

    Dalla vetta si scende verso ovest fino a un breve tratto attrezzato e a una piazzola di atterraggio per elicotteri; si prosegue fino a un bivio con due opzioni. A destra (nord) si scende lungo il CAI 418 che, con molti tornanti, porta a una forestale (CAI 402); si tiene la destra in discesa fino a ritrovare, poco sopra Riva del Garda, il sentiero dell’andata e quindi il parcheggio (circa 2 ore dalla cima, 5 ore complessive). A sinistra (sud) si sale a un bivio dove si tiene la sinistra sul CAI 404, ignorando la deviazione per la Bocchetta dei Concoli e, più avanti, il CAI 404A verso Cima Capi; si prosegue a mezzacosta, anche con una lunga scala, fino alla Chiesa di Santa Barbara e quindi al bivio dell’andata, da cui si rientra a ritroso (circa 3 ore dalla vetta, 6 ore complessive).

    ▲Da abbinare

    Vista la lunghezza, difficilmente si aggiungerà un secondo itinerario nella stessa giornata, ma l’Alto Garda è ricco di alternative. Nella zona di Cima Capi ci sono la Ferrata Susatti e la Ferrata di Cima Rocca. Salendo verso Trento, i facili Colodri e Sentiero delle Cavre, o la Ferrata Rio Sallagoni a Castel Drena. Per i più preparati, la difficile Ferrata Pisetta in Val di Sarche.

    ▲Galleria
    Dati tecnici
    • Avvicinamento1:15 h
    • Durata ferrata1:45 h
    • Itinerario totale5:00 h
    • Dislivello ferrata610 m
    • Dislivello itinerario1150 m
    • Altitudine massima1246 m
    • Lunghezza9,5 Km
    • Anno apertura1972
  • Ferrata degli Alpini alla Pietra di Bismantova

    Ferrata degli Alpini alla Pietra di Bismantova

    Vie Ferrate › Emilia-Romagna › Reggio Emilia
    Ferrata degli Alpini alla Pietra di Bismantova

    La Ferrata degli Alpini alla Pietra di Bismantova sale la celebre e solitaria formazione rocciosa che domina Castelnovo ne’ Monti, nell’Appennino Reggiano (Emilia-Romagna). È una via di grado moderatamente difficile, breve ma molto varia, su arenaria: alterna salite, un singolare tratto in discesa e una seconda sezione decisamente verticale, con tre passaggi chiave e una scaletta finale esposta. Si combina facilmente con la Ferrata Ovest per un bell’anello.

    ▲Avvicinamento

    Il punto di partenza è il Piazzale Dante, sotto la Pietra, sopra Castelnovo ne’ Monti (Reggio Emilia); generalmente si arriva con la SS 63 del Passo del Cerreto seguendo poi le indicazioni per la Pietra di Bismantova (ampio parcheggio, salvo i weekend estivi più affollati; apri il punto di partenza su Google Maps). Dal piazzale si risale la scalinata verso il Rifugio della Pietra; dopo pochi metri, sulla destra, un cartello CAI indica la ferrata. Si prosegue circa 10 minuti costeggiando le imponenti pareti (frequentate da arrampicatori), si entra in un anfratto roccioso e, lungo alcuni terrazzini erbosi esposti, si raggiunge il primo tratto attrezzato (15 minuti dal parcheggio). Vista la poca disponibilità di spazio all’attacco, conviene indossare l’imbracatura già al piazzale o durante l’avvicinamento.

    ▲Il percorso

    La via si sviluppa in due sezioni. La prima sezione è un sali-scendi che contiene due dei tre passaggi chiave: si inizia su una parete appoggiata, piacevole da arrampicare sull’arenaria; raggiunto un terrazzino si aggira uno spigolo e ci si immette in un canale di discesa di circa 10 metri, uno dei punti chiave, attrezzato con ottimi infissi ma da affrontare con piede saldo e assenza di vertigini (nel 2019 vi è stato aggiunto un cono di gomma che riduce i rischi in caso di caduta). Superato il tratto (15 minuti dall’attacco) si raggiunge una grotta la cui discesa va prima osservata, dopodiché risulta semplice e sicura. Dalla grotta un sentiero con segnavia bianco-rossi costeggia un paio di frane fino all’inizio della seconda sezione (30 minuti dall’attacco); poco prima si nota il cartello azzurro che segnala l’attacco della nuova Ferrata Orto del Mandorlo.

    La seconda sezione è nettamente verticale ma resa logica dagli infissi nei punti più ostici. L’attacco si trova a 3 metri d’altezza e richiede un paio di passi in arrampicata libera (II grado basso). Si salgono in rapida successione due diedri fino a un punto di sosta, circa a metà sezione, da cui si vedono il Monte Cusna e il Monte Cimone. Si prosegue su una parete diagonale dove il cavo funge da corrimano, poi una breve parete verticale ben staffata porta a un ripiano orizzontale prima del terzo passaggio chiave: uno spigolo molto aereo ed esposto che immette su una stretta cengia inclinata (attenzione al passaggio di moschettone, perché il cavo è molto aderente alla roccia e si può incastrare al fittone). Superata la cengia, l’ultimo diedro è aereo ma ottimamente attrezzato; dopo gli ultimi 15 metri si sale la scaletta finale, decisamente esposta, che porta al termine della ferrata (1 ora dall’attacco).

    ▲Carattere e difficoltà

    Classificata Moderatamente Difficile (MD), ha difficoltà tecniche ed esposizione attorno al 3/5, impegno fisico contenuto (2/5) e bassa complessità ambientale (1/5). La vararietà dei passaggi — arrampicata su arenaria, un tratto in discesa, diedri verticali, uno spigolo esposto e una scaletta finale — la rende molto divertente. Obbligatori imbracatura, kit da ferrata e casco.

    ⚠ Non togliere il casco fino al rientro al Rifugio della Pietra: non è raro veder cadere sassi lungo le pareti. Il canale di discesa nella prima sezione e lo spigolo esposto della seconda richiedono attenzione e piede fermo. Da affrontare preferibilmente nelle mezze stagioni.
    ▲Periodo e sicurezza

    La quota modesta rende la via ideale in primavera e autunno. Un cenno di storia: la ferrata fu installata nel 1971 dal CAI di Reggio Emilia e dal GAB (Gruppo Amici di Bismantova), precursore della sezione CAI di Castelnovo Monti; è stata rinnovata nel 1983 e il cavo nuovamente nel 2018. Verificare sempre il meteo prima di partire.

    ▲Discesa

    Ci sono tre opzioni di rientro. 1) Seguire l’ampio sentiero che, dritto e poi verso destra, attraversa il pianoro della Pietra e scende lungo il sentiero principale di accesso fino al Piazzale Dante (30 minuti dal termine della ferrata). 2) Andare a sinistra tagliando il pianoro verso la parete sud, dove terminano diverse vie d’arrampicata: variante più impervia con un paio di passaggi su roccette, poi alla base delle vie e quindi al piazzale (30 minuti). 3) Per i ferratisti, scendere lungo la Ferrata Ovest (o dell’Ultimo Sole), facile e inaugurata nel 2017, percorribile anche in discesa: dapprima verticale e da affrontare con attenzione, poi una cengia conduce all’attacco della Ovest e infine al Piazzale Dante (circa 1 ora dal termine della Ferrata degli Alpini).

    ▲Da abbinare

    Nello stesso itinerario si possono collegare la Ferrata Ovest (dell’Ultimo Sole) e la Ferrata Orto del Mandorlo, entrambe sulla Pietra di Bismantova. Raggiungibili in auto in giornata: la Ferrata Balze del Malpasso (circa 24 km, 40 minuti), la Ferrata Monte Penna (circa 42 km, 1 ora) e la Ferrata Barranco del Dolo (circa 38 km, 1 ora).

    ▲Galleria
    Dati tecnici
    • Avvicinamento0:15 h
    • Durata ferrata1:00 h
    • Itinerario totale2:00 h
    • Dislivello ferrata100 m
    • Dislivello itinerario280 m
    • Altitudine massima1046 m
    • Lunghezza4 Km
    • Anno apertura1971
  • Ferrata Alfredo Benini

    Ferrata Alfredo Benini

    Vie Ferrate › Trentino-Alto Adige › Trento
    Ferrata Alfredo Benini

    La Ferrata Alfredo Benini è il tratto più settentrionale e recente della celebre Via delle Bocchette, nel cuore delle Dolomiti di Brenta (provincia di Trento). Collega il Passo Grostè alla Bocca di Tucket, naturale prosecuzione verso nord della Ferrata delle Bocchette Alte. Di grado moderatamente difficile, è un itinerario lungo fatto di sali-scendi ed esposte cenge con panorami mozzafiato; le difficoltà tecniche sono medie e la via si può percorrere in entrambe le direzioni.

    ▲Avvicinamento

    La via si svolge tra il Passo Grostè e la Bocca di Tucket; questa relazione la descrive dal Grostè verso Tucket, con discesa al Rifugio Tucket e rientro al Grostè. Il punto di partenza è la stazione a monte della funivia che collega Campo Carlo Magno con il Passo Grostè: da Madonna di Campiglio si prosegue verso Folgarida fino all’ampio parcheggio delle funivie sulla sinistra (apri il punto di partenza su Google Maps). Dalla stazione a monte (presso il Rifugio Stoppani) si sale in moderata pendenza verso nord-est al Passo Grostè seguendo i segnavia CAI 305; si svolta a sud verso Cima Grostè e, a un bivio (CAI 311 che a est scende al Rifugio Graffer, 30′ dalla funivia), si prosegue in salita ignorando la normale a Cima Grostè. Si aggira la parete est di Cima Grostè verso una bocchetta e, dopo un ultimo tratto ripido con bolli rossi, si raggiunge il cartello d’inizio della Ferrata Benini (1 ora dalla funivia). Senza funivia si può salire dal sentiero 301 (2 ore, 600 m di dislivello da Campo Carlo Magno).

    ▲Il percorso

    Si comincia aggirando la parete di Cima Grostè con un primo tratto attrezzato che supera uno spigolo esposto, poi una cengia senza difficoltà verso la Bocca dei Camosci, dove un tratto attrezzato scende più ripido. Inizia una lunga cengia ascendente, dapprima stretta e poi via via più ampia (la fune resta come corrimano), in direzione di Cima Falkner; a tratti la cengia si assottiglia accentuando l’esposizione, ma senza aumenti sostanziali di difficoltà, salvo sporadiche sporgenze rocciose dove conviene abbassarsi. Si supera la deviazione per la via normale a Cima Falkner (40′ andata e ritorno, passaggi di I grado) e si segue la cengia che volge a sud verso il Campanile di Vallesinella e il ghiacciaio di Cima Brenta. Qui inizia un tratto di disarrampicata attrezzata, il più tecnico ed esposto della via (1h 30′ dall’attacco, 2h 30′ complessive).

    Persi un centinaio di metri, si prosegue su una cengia che costeggia la base del Campanile di Vallesinella, con larghezza ed esposizione variabili. Aggirato uno spigolo si attraversa un canalone, si risalgono alcuni facili infissi metallici e, lungo una cengia con il lago di Molveno di fronte, si raggiunge la Bocca Alta di Vallesinella (2897 m), dove si passa dal versante orientale a quello occidentale sotto Cima Sella. Si scende quindi su un tratto di nevaio poco pendente, con magnifica vista sul ghiacciaio di Cima Brenta, seguendo gli ometti (attenzione in caso di nebbia) fino al bivio per il Sentiero Dallagiacoma (2h 15′ dall’attacco), variante più rapida per il Rifugio Tucket (1 ora). Ignorando la deviazione si affronta l’ultimo tratto, il più impegnativo: si aggira la parete occidentale di Cima Sella e, vedendo dall’alto la Bocca di Tucket, si scende per tratti attrezzati fino a un intaglio nella roccia. Segue un passaggio adrenalinico con 5 scale metalliche in discesa e alcune cenge di collegamento, fino a un ultimo breve traverso in salita che porta alla Bocca di Tucket (2647 m), dove la ferrata termina (3 ore dall’attacco, 4 ore dalla funivia).

    ▲Carattere e difficoltà

    Classificata Moderatamente Difficile (MD): si sviluppa prevalentemente su cenge, con difficoltà tecniche medie (2/5) ed esposizione contenuta (2/5) ma complessità ambientale e impegno fisico più alti (3/5) per la lunghezza e l’ambiente d’alta quota. I due tratti più verticali sono quelli del Campanile di Vallesinella (disarrampicata) e della discesa alla Bocca di Tucket. Obbligatori imbracatura, kit da ferrata e casco.

    ⚠ Itinerario lungo (oltre 6 ore complessive): da affrontare con meteo stabile, partendo presto e portando molta acqua. La nebbia è frequente in questo settore del Brenta e rende insidioso l’orientamento nel tratto che aggira Cima Sella, segnato soprattutto da ometti di pietra. La discesa dalla Bocca di Tucket si svolge su vedretta/nevaio che, a seconda dell’innevamento e del ghiaccio, può essere insidiosa: si consigliano ramponi e piccozza, e attenzione ai crepacci nel tratto inferiore (uscire dal nevaio in corrispondenza dei due ometti sulla destra).
    ▲Periodo e sicurezza

    Via estiva d’alta quota, da percorrere a stagione inoltrata con condizioni stabili e nevai ridotti. Verificare l’apertura della funivia del Grostè per avvicinamento e rientro. Dato lo sviluppo e la possibilità di concatenarla con le altre Bocchette, valutare con attenzione tempi, scorta d’acqua e meteo.

    ▲Discesa

    Dalla Bocca di Tucket si scende lungo la vedretta in direzione del Rifugio Tucket (2272 m, 45′ dalla bocca), con la cautela descritta per il nevaio. Sul sentiero si incontrano, a sinistra, il bivio per il Sentiero Attrezzato Sosat e poco dopo l’innesto del Sentiero Dallagiacoma; tenendo il lato destro del vallone si raggiunge il rifugio. Per tornare alla stazione a monte della funivia del Grostè si segue il sentiero CAI 316 verso nord, senza particolari difficoltà (1h 30′ dal Rifugio Tucket, 2h 15′ dal termine della ferrata, 6h 15′ complessive).

    ▲Da abbinare

    La Benini è l’ultimo tratto della Via delle Bocchette e si concatena con la Ferrata delle Bocchette Alte, la Ferrata delle Bocchette Centrali, la Ferrata Brentari e il Sentiero dell’Ideale: percorrere l’intera traversata in più giorni, dormendo nei rifugi in quota, è una delle alte vie più belle dell’arco alpino. Restando attorno al Grostè: il Sentiero Vidi, il Sentiero delle Palete e la Ferrata della Val Gelada. Tra le altre vie del Brenta, la Ferrata Castiglioni.

    ▲Galleria
    Dati tecnici
    • Avvicinamento1:00 h
    • Durata ferrata3:00 h
    • Itinerario totale6:15 h
    • Dislivello ferrata100 m
    • Dislivello itinerario530 m
    • Altitudine massima2910 m
    • Lunghezza11 Km
  • Ferrata Albino Michielli Strobel a Punta Fiames

    Ferrata Albino Michielli Strobel a Punta Fiames

    Vie Ferrate › Veneto › Belluno
    Ferrata Albino Michielli Strobel a Punta Fiames

    La Ferrata Albino Michielli «Strobel» sale alla Punta Fiames, nel Gruppo del Pomagagnon che domina Cortina d’Ampezzo (provincia di Belluno). È una via di media difficoltà, molto arrampicabile e divertente, con alcuni tratti più impegnativi (i camini) ed esposti (il passaggio dopo la scala), alternati a tratti di cengia e collegamento. Dalla cima il panorama spazia sul Cristallo e sulle Tofane; il rientro, lungo il canalone detritico del Pomagagnon, è la parte più delicata dell’itinerario.

    ▲Avvicinamento

    Il punto di partenza è l’albergo Fiames, a nord di Cortina d’Ampezzo lungo la SS 51 per Dobbiaco, con ampio parcheggio a fianco dell’hotel (apri il punto di partenza su Google Maps). Si attraversa la strada verso nord, in direzione del Pomagagnon e di Punta Fiames, seguendo i cartelli con segni biancorossi che entrano nel bosco di conifere. Il sentiero sale deciso e, dopo alcuni tratti su forestali e ciclabili, prosegue nel bosco in moderata pendenza; dopo una ventina di minuti si esce dal bosco e si affronta una faticosa salita su un ripido pendio detritico fino sotto la parete. Superate alcune facili roccette si raggiunge la targa d’inizio (1650 m, 1 ora dal parcheggio), dove conviene indossare imbracatura e casco anche se la ferrata vera e propria inizia poco oltre. Si percorre una cengia per circa 15 minuti verso sud, seguendo i segni rossi, fino all’attacco delle attrezzature dopo una decina di metri di roccette verso sinistra (1740 m, 1h 15′ dal parcheggio).

    ▲Il percorso

    Il primo tratto è una bella parete verticale ben appigliata: dopo i primi metri il cavo piega a sinistra e fa guadagnare rapidamente quota, poi un facile traverso di 3-4 metri a sinistra precede un tratto diagonale che porta in un primo camino, una fessura che si allarga e che si risale sul lato sinistro, ben appigliato, con l’aiuto di alcuni pioli. Usciti dal camino, alcune roccette conducono a un secondo camino, più verticale ed esposto: si parte all’interno per poi uscirne sullo spigolo con un movimento un po’ atletico, scavalcando la fune. Seguono roccette esposte, alcuni balzi e un terrazzino panoramico dove riprendere fiato. Dopo un tratto di collegamento tra rocce e mughi (1960 m, 1 ora dall’attacco) il cavo risale molto verticale su roccia levigata, con alcune staffe d’aiuto; un traverso esposto a sinistra porta a una cengia e a un nuovo balzo, seguiti da un tratto di collegamento più lungo che, tra gli ometti, conduce al versante sud. Si supera un salto attrezzato e, dopo una cengia a destra, una lunga scala metallica (2000 m) da cui si esce a sinistra in forte esposizione, su una parete con staffe e pioli: un passaggio aereo e impegnativo. Si sale a un balconcino panoramico e si affronta l’ultima sezione: un traverso a sinistra con buoni appoggi fino a un tetto roccioso, oltre il quale il cavo sale verticale (un piolo aiuta presso una sporgenza); seguono roccette, un balcone e un tratto diagonale a sinistra ben appigliato. Gli ultimi passaggi, su roccette, balzi e brevi traversi non difficili, portano oltre uno spigolo al pianoro sommitale, dove terminano le attrezzature. Un sentiero verso destra, fra gli ometti, conduce alla vetta di Punta Fiames (2240 m, 1h 45′ dall’attacco, 3 ore complessive), con magnifico panorama sul Cristallo e sulle Tofane.

    ▲Carattere e difficoltà

    Classificata Moderatamente Difficile (MD), con tutti i parametri di complessità sul 3/5: piacevole e ben arrampicabile, con appigli abbondanti, ma con un paio di passaggi più tecnici (i camini) ed esposti (dopo la scala). Le attrezzature sono in buono stato, con fune rinnovata. Obbligatori imbracatura, kit da ferrata e casco.

    ⚠ La lunga scala metallica non è protetta da fune ai lati: occorre assicurarsi direttamente alla scala. La via presenta varie interruzioni e non è sempre immediato individuare il percorso, soprattutto nella parte alta dove l’ambiente si fa più severo: seguire con attenzione gli ometti di pietra senza insistere su tracce poco convincenti. Il rientro nel canalone detritico è ripido e impegnativo e in alcuni tratti la traccia è poco evidente: richiede concentrazione e piede fermo, e i bastoncini telescopici sono d’aiuto.
    ▲Periodo e sicurezza

    Via estiva, da percorrere con meteo stabile: dopo i temporali il canalone di discesa può risultare sfasciato e ancora più insidioso. L’avvicinamento sale rapidamente di quota ed è faticoso con il caldo: servono gambe allenate o molta calma. Portare acqua a sufficienza e verificare il bollettino prima della partenza.

    ▲Discesa

    Si torna a ritroso per gli ultimi metri di sentiero fino a una traccia, sulla destra, che scende sul versante nord verso la Forcella del Pomagagnon (2178 m, 20′ dalla vetta). Si scende quindi a destra nel lungo canalone detritico seguendo il segnavia 202, molto ripido, mantenendo per quanto possibile il lato destro. Raggiunto il Gravon del Pomagagnon — dove a destra si possono seguire le tracce per la Ferrata alla Terza Cengia del Pomagagnon verso Punta Erbing — si tiene la sinistra per tracce fino a intercettare il Sentiero 218, che a destra scende verso Fiames; dalla comoda ciclabile si raggiunge il parcheggio (2h 15′ dalla vetta, 5h 15′ complessive).

    ▲Da abbinare

    Nel rientro si incrocia l’avvicinamento per la Ferrata alla Terza Cengia del Pomagagnon, naturale prosecuzione dell’itinerario verso Punta Erbing. Nelle vicinanze di Fiames parte l’impegnativa Ferrata Bovero al Col Rosa; verso Dobbiaco il Sentiero alle Cascate di Fanes e la Ferrata René de Pol. Verso il Passo Tre Croci, al Cristallo, la Ferrata Bianchi e il Sentiero Dibona.

    ▲Galleria
    Dati tecnici
    • Avvicinamento1:15 h
    • Durata ferrata1:30 h
    • Itinerario totale5:15 h
    • Dislivello ferrata495 m
    • Dislivello itinerario1145 m
    • Altitudine massima2240 m
    • Lunghezza7,2 Km
  • Ferrata Adventure Climb al Clap Varmost

    Ferrata Adventure Climb al Clap Varmost

    Vie Ferrate › Friuli-Venezia Giulia › Udine
    Ferrata Adventure Climb al Clap Varmost

    La Ferrata Adventure Climb al Clap Varmost è una via atletica e moderna sopra Forni di Sopra, nelle Prealpi Carniche (provincia di Udine). Costruita in stile francese, è ottimamente attrezzata e si divide in due sezioni: una prima di media difficoltà, con un ponte sospeso e una scala inclinata che attraversano una gola, e una seconda impegnativa e molto esposta, con due tetti strapiombanti. Avvicinamento brevissimo grazie alla funivia, ma via di grado difficile, non adatta a neofiti.

    ▲Avvicinamento

    Il punto di partenza è la stazione a monte della funivia Varmost di Forni di Sopra, raggiungibile dalla SS 52 Carnica (Tolmezzo–Lozzo di Cadore); ampio parcheggio sul lato sud della strada per arrivare a piedi alla stazione a valle (apri il punto di partenza su Google Maps). Se la funivia non è in funzione si può salire a piedi da Forni di Sopra lungo la stretta Via Chianeit (asfalto in condizioni non ottimali) fino al bivio dove finisce l’asfalto (spiazzo per 2-3 auto), tenendo poi la sinistra sul sentiero 207 fino alla stazione a monte. Dall’arrivo della funivia il Clap Varmost è ben visibile sulla destra con la sua parete verticale; una bacheca riporta le informazioni sulla via. Si scende sotto l’arrivo della funivia e, seguendo le indicazioni nel bosco e i cartelli verso destra, si cammina sotto le pareti fino all’attacco, segnalato da un cartello bianco (15 minuti dalla stazione a monte).

    ▲Il percorso

    Dall’attacco una facile cengia in leggera discesa porta all’ingresso di una fessura nella roccia, che si percorre su una passerella di legno. Ritrovate le attrezzature, si sale in diagonale a destra su roccette: sopra la testa appaiono un ponte sospeso e una scala inclinata che attraversa la gola. Una parete verticale abbondantemente attrezzata con pioli e staffe conduce alla scala, che si sale attraversando la gola fino a uno sperone roccioso; da qui, in forte esposizione e con l’aiuto di staffe, si raggiunge il ponte sospeso. Si attraversa il ponte uno per volta e ci si porta sulla parete del Clap Varmost; saliti un paio di metri, un traverso a sinistra su staffe (in salita, poi orizzontale, poi in leggera discesa) porta a un terrazzino, dove un tempo c’era una via di fuga, oggi smantellata. Da qui inizia la parte atletica e impegnativa.

    Il primo passaggio impegnativo è un tetto strapiombante, preceduto da una lunga serie di staffe ravvicinate, da superare con un misto di agilità e forza di braccia senza temporeggiare; oltre il balzo si prosegue in verticale spostandosi prima a sinistra e poi a destra. Un aereo traverso a sinistra su pioli conduce al passaggio chiave: un secondo tetto strapiombante, più impegnativo, al bordo di uno spigolo esposto (ben attrezzato con staffe, ma di impegno superiore alla media della via). Superato il passaggio in forte esposizione, si piega a destra su un diedro attrezzato con pioli e si affronta un aereo traverso a destra verso uno spigolo — il tratto più adrenalinico. Aggirato lo spigolo, un nuovo traverso diagonale a sinistra su pioli precede l’ultimo tratto di parete verticale attrezzata, fino al termine della sezione verticale. Inizia quindi l’ultima parte, su roccette e sentiero attrezzato di difficoltà contenute, su terreno misto di erba e rocce; superata una passerella in legno si raggiunge la croce in vetta al Clap Varmost (2073 m, 1h 15′ dall’attacco, 1h 30′ dalla stazione a monte).

    ▲Carattere e difficoltà

    Classificata Difficile (D): difficoltà tecniche medie (3/5) ma esposizione elevata (4/5) e carattere atletico. È una ferrata “alla francese”, poco arrampicabile, che si progredisce quasi ovunque su infissi metallici (in ottimo stato); il cavo è grosso e infonde sicurezza. Obbligatori imbracatura, kit da ferrata e casco; non è adatta a neofiti, che tendono ad affaticare troppo le braccia.

    ⚠ Nei tetti strapiombanti il cavo è disposto in modo difficile da trazionare: conviene salire usando le staffe. Può essere molto utile portare una fettuccia o un rinvio per sostare e riposare le braccia in caso di affaticamento. I passaggi del cavo nei fittoni sono “alla francese” e il cavo, spesso lasco, tende a inserirsi nella traiettoria di salita: conviene cambiare i moschettoni appena il fittone successivo arriva all’altezza degli occhi, per non lasciarli indietro. La via è breve ma molto esposta: richiede forza e testa.
    ▲Periodo e sicurezza

    Itinerario percorribile in stagione estiva con meteo stabile; il breve sviluppo lo rende ideale per una mezza giornata. Conviene scegliere una giornata ventilata e non troppo calda, vista la natura atletica della via. Verificare gli orari della funivia se la si utilizza per avvicinamento e rientro.

    ▲Discesa

    Dalla vetta si segue la traccia che, in leggera salita, porta alla stazione a monte del secondo troncone della funivia, oppure si scende per sentiero lungo le piste da sci, passando a fianco di un bacino artificiale, fino alla stazione della funivia utilizzata in avvicinamento (40 minuti dal termine della ferrata).

    ▲Da abbinare

    Sempre da Forni di Sopra si può raggiungere il Passo del Mus, con lungo avvicinamento, per l’impegnativa Ferrata Cassiopea al Torrione Comici; verso il Passo Rest, la Ferrata Tramuntin al Monte Rest. In provincia di Udine, più a nord, la Ferrata Cinquanta del Clap, la Ferrata al Monte Coglians, la Ferrata Sartor e la Ferrata del Chiadenis.

    ▲Galleria
    Dati tecnici
    • Avvicinamento0:15 h
    • Durata ferrata1:15 h
    • Itinerario totale2:30 h
    • Dislivello ferrata200 m
    • Dislivello itinerario250 m
    • Altitudine massima2073 m
    • Lunghezza2,5 Km
  • Alta Via Günther Messner

    Alta Via Günther Messner

    Vie Ferrate › Trentino-Alto Adige › Bolzano
    Alta Via Günther Messner

    L’Alta Via Günther Messner è un meraviglioso itinerario d’alta quota lungo la cresta occidentale delle Odle di Eores, in Val di Funes (provincia di Bolzano). Tocca il Monte Tullen e il Monte Rovina in un lungo anello panoramico che, pur senza difficoltà tecniche rilevanti, richiede ottima resistenza fisica per il continuo sali-scendi e attenzione nei numerosi tratti esposti e in alcuni passaggi non protetti.

    ▲Avvicinamento

    Il punto di partenza è lungo la strada che da Chiusa (uscita A22 del Brennero) sale in Val di Funes verso il Passo delle Erbe: superato San Pietro, presso un tornante dove a sinistra scende la SP29 per Bressanone, poco prima del bivio e appena passato un ponte, sulla destra si trova uno spiazzo dove parcheggiare (località Croce dei Russi; apri il punto di partenza su Google Maps; in estate arrivare presto, i posti sono pochi). Dal parcheggio si torna a ritroso sull’asfalto verso San Pietro per circa 100 metri fino alle indicazioni d’inizio dell’Alta Via e si sale nel bosco. Dopo un tratto a mezzacosta esposto su scarpata detritica con semplici passaggi attrezzati e due fonti d’acqua, si aggira il Col Magrei fino al bivio con il sentiero 32A (da Santa Maddalena); tenendo la sinistra in salita si raggiunge la Sella di Col Magrei (2160 m, 1 ora dall’inizio), con vista sul Gruppo delle Odle, il Sass Rigais e la Furchetta. Si prosegue oltre il bivio con il CAI 25 (dal Rifugio Zannes) restando sull’Alta Via, a mezzacosta sul versante sud del Col Magrei e poi in un vallone isolato, fino a una sella (2527 m, 2h 15′ totali). Da qui è consigliata la salita al Monte Tullen (2653 m), con un breve tratto attrezzato e un sentiero di cresta a tratti esposto su detrito instabile (15′ dal bivio, 2h 30′ totali); si rientra poi alla sella a ritroso (2h 45′ totali).

    ▲Il percorso

    Lasciato il Tullen alle spalle si procede a mezzacosta verso la cresta, dove iniziano i tratti attrezzati: il primo è un ripido canalino attrezzato che deposita in cresta. Si percorre la cresta per alcuni minuti fino al Monte Rovina (2646 m, 30′ dalla Sella del Tullen), che si aggira a nord sul versante sinistro con un secondo tratto attrezzato; dalla piccola croce sommitale si gode la vista sul Sass de Putia. Si scende quindi dalla cresta iniziando un sali-scendi a mezzacosta sul versante sud, in alcuni punti esposto, con un passaggio più ostico: un canalino di I grado non protetto, non difficile ma da affrontare con attenzione per l’esposizione e il fondo sabbioso poco saldo. Si prosegue perdendo quota, si supera una passerella in legno e si arriva a una scala metallica di circa 15 metri davanti a una parete rocciosa (2500 m, 1h 30′ dal Monte Rovina, 4h 45′ totali). Risalita la scala e superato un altro breve tratto attrezzato, si passa sul versante nord costeggiando le pareti fino a un crocevia: a destra si scende al Rifugio Genova, mentre si tiene la sinistra sul largo sentiero 4 fino alla Forcella de Putia (2357 m, 5 ore totali).

    ▲Carattere e difficoltà

    Classificata Moderatamente Difficile (MD): le difficoltà tecniche sono contenute (2/5) ed esposizione media (2/5), ma complessità ambientale e impegno fisico sono più alti (3/5) per la lunghezza e l’isolamento. Le sezioni attrezzate sono semplici; i punti che richiedono più attenzione sono un paio di passaggi non attrezzati (l’ultimo tratto prima del Tullen e il canalino di I grado), oltre ai sentieri esposti in cresta. Obbligatori imbracatura, kit da ferrata e casco: il kit va usato anche se molti lo affrontano senza.

    ⚠ Itinerario lungo (circa 16 km, 7 ore) e poco frequentato, con poche vie di fuga (Malga Zannes e Rifugio Genova, da cui però si rientra con i mezzi pubblici) e nessun ristoro lungo la cresta: portare acqua in abbondanza. Affrontarlo solo con meteo stabile: dopo le piogge i tratti detritici e i canaloni non attrezzati possono franare e diventare insidiosi. Le corde fisse sono a tratti un po’ molli. Richiede passo fermo e concentrazione costante.
    ▲Periodo e sicurezza

    Via estiva d’alta quota, ideale a stagione inoltrata con tempo stabile e buona visibilità. Un cenno di storia: l’itinerario è dedicato a Günther Messner, fratello di Reinhold, morto nel 1970 durante la drammatica discesa dal Nanga Parbat. Pianificare con attenzione tempi e scorta d’acqua.

    ▲Discesa

    Dalla Forcella de Putia — da cui è possibile salire al Sass de Putia con l’omonimo sentiero attrezzato (1h 30′ andata) — inizia il sentiero di rientro che corre parallelo a mezzacosta, sul versante settentrionale della cresta delle Odle di Eores. Si segue l’ampio sentiero ignorando in rapida successione i sentieri 8A, 1 e 4 che conducono al Passo delle Erbe, fino a tornare in falsopiano al parcheggio (2 ore dalla Forcella de Putia, 7 ore complessive).

    ▲Da abbinare

    Per un itinerario di più giorni si può salire al Sass de Putia con il sentiero attrezzato raggiungibile dal Rifugio Genova. Scendendo in Val Badia si trovano la Ferrata Sas dla Crusc e il Sass delle Dieci e, verso Corvara, la Ferrata della Pace e il Sentiero Tru Dolomieu.

    ▲Galleria
    Dati tecnici
    • Avvicinamento2:45 h
    • Durata ferrata2:15 h
    • Itinerario totale7:00 h
    • Dislivello ferrata70 m
    • Dislivello itinerario824 m
    • Altitudine massima2653 m
    • Lunghezza16 Km
Serve aiuto? Scrivici!